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Autosabotaggio, quando il nemico gioca in casa.

Vi sono circostanze dove sembra che tutto vada a rotoli, che tutto si metta di traverso al raggiungimento dei nostri obiettivi. Allo stesso modo, le nostre attitudini sembrano perse. La sensazione di trovarsi in un vicolo cieco accompagna i giorni che scivolano via uno dopo l’altro.

Immaginiamo un atleta, il migliore negli allenamenti, eppure ogni volta in gara la performance cala inspiegabilmente.

Uno studente che dopo un brillante percorso universitario non riesce a portare a termine la tesi, proprio quando è ad un passo dalla laurea si blocca; memoria, concentrazione, creatività sembrano esaurite.

Un giovane professionista, sempre brillante nel proprio lavoro, quando però la possibilità di una promozione diventa concreta appare distratto e confuso ed i risultati diventano mediocri.

Ciò che può accomunare le situazioni descritte potrebbe essere un meccanismo chiamato autosabotaggio, quel meccanismo inconsapevole nel quale siamo noi stessi a sabotare, in maniera inconscia, i nostri obiettivi.

Come se vi fosse un motore interno che rema contro il raggiungimento delle mete prefissate, siano esse lavorative o relazionali.

Le sensazioni che il soggetto sperimenta nel momento in cui viene a trovarsi immobilizzato nell’autosabotaggio sono diverse: confusione mentale, senso di inadeguatezza, costrizione, frustrazione. In generale a mancare è la comprensione ed il senso di ciò che accade. L’atmosfera vissuta è di perdita del controllo sulla propria esistenza.

L’autosabotaggio può manifestarsi attraverso:

  • procrastinazione
  • difficoltà di attenzione/concentrazione
  • blocchi muscolari
  • autoinganno
  • ansia
  • attacchi di panico
  • depressione

Tenendo conto che ogni individuo ed ogni storia è a sé, si possono comunque rilevare alcuni elementi che sembrano giocare un ruolo nel meccanismo inconscio dell’autosabotaggio.

Tra i possibili fattori che possono provocare il fenomeno troviamo il perfezionismo. Miriamo alla perfezione in ciò che facciamo, poiché da essa ricaviamo la nostra immagine ed il nostro valore personale, ma votarsi alla perfezione può bloccare la spinta all’azione. Fermi in una ricerca infinita che non porta a nessun compimento, facilmente restiamo imbrigliati nella procrastinazione. La perfezione in quanto tale non esiste, e l’ostinata ricerca di un ideale ci ferma nell’attesa di qualcosa che non potrà mai essere. La perfezione è sempre soggettiva e bisognerebbe imparare a legarla alla nostra sensazione di compiutezza, e non a ideali di giudizio esterni, che spesso non ci appartengono.

Anche l’immagine di Sé può giocare un ruolo nei meccanismi dell’autosabotaggio, se tale imago interna è caratterizzata da scarso valore ed attributi per lo più negativi, proveremo la sensazione di non essere in grado di riuscire nel nostro obiettivo, ed allora non potremo che prefigurarci il fallimento.

Quando leghiamo il valore che diamo a noi stessi, non alla nostra totalità come esseri umani, dispiegata in corpo, mente e spirito, ma invece al singolo evento, come un esame, un colloquio o un appuntamento, ecco che ci troviamo in un atteggiamento di chiusura rispetto alle nostre potenzialità. Giudicare sé stessi sulla base di un singolo successo/fallimento inevitabilmente pone ad un altissimo rischio, ne deriva che faremo di tutto per sottrarci al possibile esito negativo, in quanto la posta in gioco diventa “se fallisco il compito sono un fallito”. Quest’idea che da un singolo evento derivi il giudizio personale su di me, amplifica a dismisura i possibili timori del cambiamento, e difficilmente leverò l’ancora per tuffarmi in una nuova esperienza, preferendo restare nella mia confortevole zona di lancio, in un infinito conto alla rovescia.

Inconsapevolmente siamo molto restii ad abbandonare la nostra zona comfort, se restiamo fermi è vero che probabilmente non saremo soddisfatti, ma comunque ci sentiamo protetti da eventuali eventi e connessi turbamenti che avvertiamo come non controllabili. Come dire meglio stare qui, che poi in fondo non è così male, perché fuori non so cosa mi aspetta. C’è una naturale spinta ad evitare ciò che non conosciamo e che avvertiamo come imprevedibile. E’ bene ricordare però che talvolta la nostra fantasia galoppa molto al di là della realtà ed è avvezza ad ingigantirla, spesso fuori dalla zona comfort c’è un mondo molto meno spaventoso di quel che credevamo, anche perché spesso sottovalutiamo le nostre risorse e la nostra capacità di affrontarlo.

Altra inconsapevole idea che può arrestarci: il non essere “meritevoli”. Se crediamo di non meritarci le cose belle che potrebbero accadere, successo, sentimenti, fortuna, porteremo le nostre possibilità a dimezzarsi poiché crediamo di non esserne degni. Sovente i giudici più spietati siamo proprio noi stessi.

Possiamo essere portati a boicottarci anche quando in realtà la nostra meta non ci appartiene, ma è frutto di aspirazioni altrui. Se ciò che ci prefiggiamo non è autentico, e quindi non siamo spinti da un desiderio personale ma dal non voler deludere le aspettative di genitori, partner, insegnanti ad esempio, inconsapevolmente remeremo contro la realizzazione di un progetto poiché non ci appartiene. L’obiettivo che ci siamo posti è davvero il nostro? O è frutto della pressione della società, o delle aspettative degli altri? Quello che vogliamo per noi è autentico? Autentico significa “autore”, “che opera da sé”, la vita vissuta nella consapevolezza della propria vocazione.

In psicoanalisi la teoria di Fairban mette in luce alcuni aspetti dell’autosabotaggio. L’autore descrive il sabotatore interno, una parte dell’io che si muove allo scopo di arrecare danno al soggetto, spingendo verso un’ allontanamento dalle esperienze che portano benessere e indirizzando invece le azioni verso il fallimento, sino ad avanzare la spinta all’autodistruttività.

Il sabotatore interno, secondo lo psicoanalista, origina dagli aspetti rifiutanti e deprivanti che il bambino incontra nella figura parentale. Le parti ostili vengono introiettate allo scopo di preservare la figura del genitore; il bambino si identifica così con gli aspetti negativi che non è in grado di tollerare nell’Altro facendoli divenire parti del sé.

Ciò avviene non solo nei casi di una figura apertamente svalutante, ma anche quando chi accudisce il bambino frena il suo potenziale sviluppo iperproteggendolo o sostituendosi a lui. In entrambe le situazioni il bambino si relazione con una figura che sente o critica e svalutante, o che manca di totale fiducia nei suoi confronti. Allora per preservare una imago positiva del genitore, il b. ne introietta gli aspetti negativi e giudicanti, in tal modo non è il genitore cattivo, ma è il bambino stesso ad essere cattivo. Gli aspetti negativi introiettati diventano parte dell’Io ed entrano in gioco in quelle esperienze in cui il soggetto sarà portato a viversi come incapace o non meritevole, attivando azioni ostili contro sé stesso, che spingono alla sofferenza.

Quando ci accorgiamo che forse siamo noi stessi a far sì che ci allontaniamo dalla nostra meta, possiamo porci alcune domande.

Cerchiamo di ricordare come ci siamo sentiti in quella situazione, quando effettivamente è accaduta che cosa abbiamo provato?

Magari ci stiamo solo difendendo da un’esperienza che abbiamo avvertito come spiacevole, anche se è un nostro desiderio autentico. Possiamo chiederci: quali rimandi fanno di quell’esperienza una sofferenza interiore? Quali sono le aspettative che ho? Cosa mi aspetto che accada quando succederà? Oppure cosa temo che accada?

Talvolta proiettati verso quel progetto perdiamo di vista ogni altra possibilità, la rigidità di una meta può portare a lasciarsi sfuggire aspetti del presente che potrebbero invece sostenere una crescita autentica e la generatività delle idee. Non credo che siamo solo ciò che rincorriamo, integrare i diversi aspetti del nostro essere crea armonia e permette la crescita. Tutti i vari “Credo che se voglio raggiungere questo risultato dovrei essere così…”; “E’ così che dovrebbe essere un professionista…”; “Per essere una brava madre dovrei…” sono dei “sentito dire” che tagliano le potenzialità perché chiudono invece di aprire al mondo e dar spazio alla creatività. La società contemporanea insiste su come deve essere fatta o non fatta una cosa, peggio ancora su come dovrebbe essere una persona, ma fare qualcosa secondo il criterio adottato da altri è facile comporti il fallimento.

Uno dei diktat della nostra società è “Fa del tuo meglio”, per forza…Sempre… Il rischio però è di restare intrappolati in questo meglio da dover fare a tutti i costi, perdendo totalmente il gusto dell’esperienza vissuta. Ma, per fare un esempio, è difficile giocare bene a calcio se mentre sto giocando continuo a pensare a che cosa dovrei fare per dare il massimo!

Questo concetto talvolta può condizionare anche i bambini che si trovano intimoriti davanti a nuove esperienze solo perché non riescono bene immediatamente. Come se non fosse possibile fare una partitella mediocre, suonare così così, disegnare un obbrobrio solo per il gusto di farlo. Come se dovessimo iniziare solo quello in cui siamo sicuri di riuscire (la dice lunga sulla questione il sempre verde “Il ragazzo è portato per… ”), abbandonando un onesto MI PIACE/NON MI PIACE, che dovrebbe invece orientare le nostre azioni, almeno quando possibile.

Un gattone vide un gattino che rincorreva la sua coda e gli domandò: “Come mai corri dietro alla tua coda in questo modo?”. Rispose il gattino: “Ho sentito dire che la cosa migliore per un gatto è la felicità, e che la felicità è la mia coda. Ecco perché la rincorro, e quando l’avrò afferrata, avrò la felicità”. “Figliolo,” disse il vecchio gatto “Anch’io ho considerato con attenzione i problemi universali. Anch’io ho concluso che la felicità è nella mia coda, ma ho notato che, ogni volta che mi metto a rincorrerla, essa mi sfugge, mentre quando faccio altre cose, mi viene dietro ovunque io vada.” (C.L. James, “On Happiness”)

Dott.ssa Laura Della Ratta

Psicologa-Psicoterapeuta

Bibliografia

Judith M Hughes. La psicoanalisi e la teoria delle relazioni oggettuali. Melanie Klein, W. R. D. Fairbairn e D. W. Winnicott. Casa Editrice Astrolabio; 1991.

Wayne W. Dyer. Le vostre zone erronee. Guida all’indipendenza dello spirito. Bur Rizzoli;2012.

K. Horney. Neurosis and Human Growt. W.W. Norton & Co.;1950.